Il sonno della ragione genera mostri
World Humor Awards: dieci anni.
Il Premio non è ancora adolescente, ma è in quella pausa o lento risveglio tra la pubertà e l’adolescenza, in una metamorfosi che farà sbocciare un individuo adulto. Eppure ci rendiamo tutti ben conto che è cresciuto, che ha messo radici, che è diventato non solo un appuntamento rituale, ma uno spazio vivace e vitale d’incontro, di confronto, mescolando umori e colori, con dimensioni e respiro internazionali, oltre ogni frontiera, ad incominciare da quelle mentali. E va riconosciuto che il sogno a lungo affinato e poi con maggior sforzo realizzato è stato di Gianandrea Bianchi, vero padre del Premio, che quelle voci dal mondo le ha sapute unire con quella di Giovannino Guareschi nel ristretto fazzoletto del Mondo piccolo che già il Po e la fantasia rendono da sempre grande, al ritmo unisono di cuori umani. Con lui una sparuta, ma agguerrita squadra di artisti, amici, amministratori pubblici e sponsor che hanno creduto che un sorriso migliorasse il mondo, fosse un viatico per possibili e future amicizie, che un’immagine riscattasse la confusione delle lingue e soprattutto la distorsione dei pensieri.
Che il Premio stia crescendo lo dimostra la qualità delle opere arrivate anche questo anno. Gli artisti partecipanti alla decima edizione, provenienti da una settantina di paesi (esclusi i fuori concorso, gli ospiti e i membri della giuria) sono 183 per 311 cartoon, 108 per 177 caricature. Il tema di questa edizione rimane, un po’, come quello dello scorso anno, un tema libero. Come gira il mondo ha una leggerezza scherzosa ed ironica come un gioioso saluto, una richiesta curiosa, però assolutamente generica e generalista, al punto da non poter suggerire una univoca soluzione visiva. Certo il Premio è maturato ed è per questo che molto alta è la qualità delle immagini della decima edizione, ma sicuramente il titolo ha contribuito a far emergere problemi ed umori che aleggiano e inquietano nel quotidiano ciascuno, con più o meno urgenza. Molte strade si sono così diversificate e gli umori sono diventati più personali, le iconografie profondamente diversificate, talora al limite dello scontro, del contrasto frontale, con esiti sicuramente più liberi, autentici e vitali. I temi ecologici sono diventati marginali, come quelli sanitari, ma permane il problema della plastificazione del pianeta, mentre è emerso, prepotente ed inquietante, quello della guerra, della militarizzazione, dello scontro e della violenza tra gli uomini e tra i popoli. La richiesta di pace non riesce a trovare simboli – se non la antica colomba, che viene inghiottita da un gorgo di sangue-. Il tema è trattato secondo molteplici ottiche, sempre come minaccia, ma anche con la lucida coscienza che questo bellicismo è un attacco diretto alle nostre libertà, anzi alla Libertà stessa (spesso rappresentata con l’iconografia della statua di New York). Un Dio disperato non può far altro che giocarsi il mondo ai tre bussolotti oppure dormire sonni smemorati o, invecchiato, non reggere più il vorticare del pianeta e con lui, per la prima volta, nelle opere presentate al Premio compare antitetico il diavolo, che si gioca la supremazia a braccio di ferro con il Supremo. Ma anche le religioni monoteiste vengono accusate nel loro insieme di essere fonte di odio e violenza. E se non risulta evidente la guerra, ecco che il mondo è un pianeta messo ad arrostire in cucina o, all’aperto, allo spiedo, ambigua ma realistica allusione anche all’aumento delle temperature o al nucleare, una minaccia questa costante che diventa ancor più oscura da decifrare, anche se il colpevole è sempre evidente: siamo noi. Proprio perché spesso siamo rappresentati senza testa, quindi senza pensiero, ma anche senza memoria. C’è persino un funerale al cervello. Oppure autistici personaggi in auto contemplazione di sé, in selfie iterativi e solipsistici. Se non viene cotto, però, il pianeta viene mangiato, sbocconcellato, reso torsolo, insomma desertificato in modo ingordo, egoistico e irrispettoso. Un mondo persino intrappolato da gabbie rotanti da criceto; in qualche vignetta si intrufola la politica con l’elezione di Trump o l’accusa alla scienza con Adamo ed Eva che colpiscono con una mela Newton, mentre la cultura può ancora favorire la nascita di un fiore. Comunque è la natura che cerca di indicare una via di salvezza. Anche se Guernica è solo un ingrigito dipinto che anticipa differenze ancor reali nelle carni e nei cuori. E allora i simboli diventano quadri famosi, dipinti che appaiono profezie o compianti. Fin troppo facile rappresentare il pianeta come un palloncino malfermo legato ad un filo. Ancora: il mondo come palla, con tutte le variante possibili di gioco. Atlante non sopporta lo sforzo di portarlo, ma infantilmente si trastulla. Oppure è paragonato al turbinare del disco della roulette, al vortice della giostra, della rosa dei venti, della ruota della fortuna o della fatica del pedalare una bicicletta, Un vecchio grammofono con imbuto e disco non si sa se suoni ancora e che musica.
La meccanizzazione come minaccia si appunta sull’intelligenza ar tificiale e sulla robotica: ossessioni emergenti, mentre rimangono le tensioni sociali, la disparità tra nord e sud, l’avidità del capitalismo e la supremazia del denaro. Il povero che conta all’infinito, credendo di poter avere un posto nel gioco di mosca cieca, mentre gli approfittatori fuggono con il bottino alle sue spalle. Ma alcuni autori si fermano al loro privato, alla dimensione quotidiana. Compare come tema il sesso ed il rapporto tra uomo e donna e la loro incidenza sulla vita economica. C’è però, più diffusa, una sottile percezione che si voglia considerare ormai inutile, vecchio ed usurato il nostro unico mondo per cui lo si butta nei rifiuti, lo si getta senza rimpianto come le cose vecchie che non si usano o non si sanno più usare.
Ma l’alternativa non sembra più gioiosa. Molti autori hanno messo l’accento sulla ripresa delle conquiste spaziali, della competizione per la conquista di nuove terre. Ma non c’è più il gusto dell’avventura di un tempo, il senso di un mistero da svelare, lo sforzo che onora l’essere uomo, ma soltanto il senso di una speculazione per materiali che sulla terra sono divenuti rari e troppo costosi. L’evento è già sporcato, immiserito a gara superficiale e tronfia per pochi ricchi che la guidano lontani dal corale e popolare “gran passo per l’umanità”, sogno d’antan. La sezione della caricatura vede al primo posto Elon Musk e le immagini raccontano di lui la storia avventurosa di progetti utopici realizzati ed i suoi occhi sono piccoli rivolti all’interno, isolati da ogni visione esterna, mentre Giorgia Meloni, che lo segue nelle scelte, ha grandi occhi emotivi che ne assumono i mutevoli e sintomatici stati d’animo.
Parma, maggio 2025
Marzio Dall’Acqua

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